Tecnoscultura Operazionabile

Marco Rosci

(da Angelo Bozzola, in Libro scultura “Tecnoscultura Operazionabile”, edizioni International Center of Aesthetic Research, Torino, 1971).

Per comprendere il cammino di Bozzola (cammino sempre «aperto» e problematico, per cui ogni tappa è una somma del già esperito e un vettore verso inesauste esperienze dal modulo monoforma di funzione del ’55 a questa, che direi struttura artistica formale-spaziale fruibile “sub specie voluminis”, non bisogna dimenticare né la sua prima attività nell’ambito del Movimento Arte Concreta, né il suo incontro con Tapié e i suoi concetti di «struttura artistica». Valendo il primo, il MAC, nella sua peculiarità di superamento della pura oggettualità geometrico-architettonica, integralmente razionalizzata, dall’astrattismo italiano «eroico» degli anni ’30, verso una più complessa organicità dedotta dalle logiche matematiche superiori «non finite»; valendo il secondo, Tapié, per la sua apertura fortemente emozionale verso sistemi integralmente nuovi di «valenze» universali.
L’apporto individuale di Bozzola, rigoroso e indeclinabile, nell’incontro con queste situazioni culturali esterne, avviene nel doppio senso di una profonda fedeltà al colloquio diretto operativo con la materia (dando il rispetto, profondo ma non feticista, per le tecnologie più avanzate, sentite come coadiuvanti ma non prevaricanti: è il punto d’incontro «morale» con un Fontana) e di una costante tensione, intimamente metafisica ed etica, alla più ampia apertura verso l’universale – anche religioso – che ha però come corrispettivo, e addirittura corollario, un intimo rispetto, anzi appello all’individuale potenzialità del fruitore a «collaborare», o addirittura ad arricchire le virtualità intrinseche della problematica proposta dall’operatore artistico. Questo cammino dalla intui-
zione formale primitiva alla sua ulteriore dialettizzazione fino alla più dilatata e libera «fruizione» è il vero, ininterrotto filo rosso dell’opera e delle concezioni di Bozzola.
La monoforma è già intesa fin dall’origine come «funzione», cioè in senso dinamico, come momento di tangenza fra intuizione e concrezione creativa dell’artista e realtà spazio-temporale «in fieri»,quindi organica. Per questo la sua proliferazione in multiplo-sottomultiplo è aliena da ogni pericolo di meccanicità ripetitiva, è «algoritmica» nel senso proposto da Tapié. Per questo, con ulteriore accentuazione organica, il successivo ricupero reativo-operativo di Bozzola della «matrice» (materia e spazio indissolubilmente interagenti) assume il valore spirituale di una goethiana «discesa alle Madri», per cui la monoforma viene tutt’altro che reimprigionata nella consunta dialettica tradizionale di forma e spazio assoluti e atemporali (materia-forma, pieno-vuoto, gli «a priori» devitalizzati e non più accettabili dei sistemi monolitici classici chiusi in se stessi), ma ulteriormente arricchita di una sorta di rispecchiamento vitale (l’origine), di autocoscienza (ch’è autocoscienza dell’operatore artistico e strumento di conoscenza del fruitore-attore) del momento di incontro fra «limite», «finito» (il rapporto commensurabile fra spazio di tradizione - numeri finiti - tempo di fruizione operazione) e «infinito» (spazio-atemporale, spirituale, evidenziato dalle composizioni-scomposizioni ritmiche, non commensurabili e attivatrici esse stesse di spazi autosufficienti, infinitamente rinnovabili). Il portare il discorso-dibattito di Bozzola alla più ampia pubblicizzazione calandolo nelle dimensioni del libro-oggetto fruibile, è atto coraggioso ma reso intrinsecamente, «moralmente» necessario dal porsi, tale discorso, su di un piano spirituale attivo, e non meramente formalizzato a livello estetologico.