Antologia Critica

(da Sintesi di natura e spirito, in catalogo della mostra antologica al Museo Promozionale di Cultura, Cannobio, agosto 1992).

L’arte astratta è definita da alcuni il fenomeno più autentico del novecento, ma è tuttavia senza dubbio il risultato di una evoluzione, maturata attraverso i secoli, dei concetti di assoluto e di geometria; un’evoluzione avviata con i graffiti rupestri, che, in Italia, ha conseguito risultati di particolare rilievo negli anni trenta e cinquanta, con il gruppo degli astrattisti lombardi e il Movimento d’Arte Concreta. È in questo contesto che si colloca l’opera dell’artista galliatese Angelo Bozzola che, quando entra nel M.A.C., ha già realizzato opere come «Composizione» (1953), «Struttura architettonica con posizioni variabili» (1954) e «Funzione-sviluppo di forma concreta» (1955), prima espressione di quel modulo trapezio-ovoidale, che accompagnerà, da allora in poi, tutta la sua produzione.
Mentre altri compagni risentono del clima informale, Bozzola, come Regina e Munari, realizza negli stessi anni strutture di una purezza essenziale, indirizzandosi verso la ricerca di un archetipo, una forma-matrice di particolare forza simbolica. Si tratta di quel trapezio-ovoide, di cui si è detto, caratterizzato da dinamicità e potenzialità delle sue varianti spaziali, fino ad arrivare alla definizione di una criptica scrittura, sintesi di una universale visione naturalistica e spirituale. Angelo Bozzola compare nelle pagine della storia dell’arte come il creatore di questo sistema segnico di «monoforme», che gli ha garantito una personale collocazione nell’ambito della seconda generazione del Concretismo italiano.
L’opera dell’artista galliatese mostra quanto potere di attrazione abbia avuto per lui la geometria, intesa come valore assoluto, come «mezzo» d’eccezione atto a collegare ed esprimere le due grandi tendenze del naturalismo e dell’espressione dei valori puri.
Forme, rapporti, geometrie di colori... viene trascurata la veridicità visiva della rappresentazione, a favore dell’immediatezza del linguaggio e soprattutto dell’immagine dell’essenza del dato reale. Geometria come strumento prediletto di trasmissione dei valori primari della realtà dunque.
L’Astrattismo diventa ritmo e la materia umana, attraverso invenzione, creatività, misura e spazio, diventa poesia. L’arte di Bozzola è cultura dello spirito e rifiuto della modernità corrente, delle stravaganze e del tecnicismo, una sorta di architettura con canoni assoluti, leggi precise ed un modulo archetipale di altissimo valore e tuttavia arcano, motore ed espressione dell’idea di creazione: composizione delle forme negli spazi, delle cadenze nei ritmi e dei colori nelle forme.
«La casualità è un non-senso nell’arte» – scriveva Carlo Belli – la vera modernità dell’opera di personaggi come Melotti e Soldati e dello stesso Bozzola è stata quella di «versare un contenuto universale in una forma determinata», nel massimo rispetto delle forme e della libertà creativa. La filosofia che sottende l’opera dell’artista novarese non accetta l’improvvisazione, l’estro del momento, l’estemporaneità e soprattutto il dilettantismo.
L’elaborazione progettuale è preliminarmente indispensabile alla creatività; è l’espressione essenziale dello spirito e si trasmette attraverso l’arte astratto-geometrica.
Il concetto di arte «concreta» implica il radicale rifiuto dell’ arte come rappresentazione di un soggetto naturale e la scelta di un processo di ricerca che arriva alla determinazione di un oggetto caratterizzato come mezzo didattico e dimostrativo, nonché come modello di oggetto, la cui funzione è implicita nel suo stesso essere conosciuto e quindi ricordato e rappresentato.
Se almeno inizialmente può essersi manifestata per Bozzola, come per tutti gli esponenti dell’avanguardia astratta dei suoi anni, qualche difficoltà di approccio con iI grande pubblico, possiamo ricordare, al proposito, quanto scriveva già alla fine dell’ottocento Oscar Wilde: «L’arte non deve mai tentare di farsi popolare. Il pubblico deve cercare di diventare artistico».
La fruizione da parte del singolo individuo ha un grande rilievo nell’opera del galliatese. Proprio alla fruibilità delle sue sculture era particolarmente attento Michel Tapié, che presentò nel 1971 la nota «Tecnoscultura-operazionabile»: matrice a nove moduli in alluminio anodizzato inserita in volume rilegato (edizione di 2000 esemplari firmati). La sua ricerca era da tempo volta a sviluppare nuove ipotesi estetiche, in cui il livello tecnologico era elemento attivo-creativo nella tecnica di realizzazione e nella possibilità di elevata fruibilità numerica e operazionale del prodotto artistico.
Così veniva stabilito un preciso rapporto con la cultura umana contemporanea.
«La mia opera – scrive Angelo Bozzola – tende ad evidenziare il processo di universale sviluppo e mutazione della natura e della società per successive scissioni da forma-matrice a forma-derivata, che può essere a sua volta matrice, reagendo a nuove condizioni ambientali».
Tapié parla al proposito di «incantesimo estetico» tanto insolito quanto di rarissima qualità.
Si tratta di sculture che sollecitano la partecipazione ludica dell’osservatore ed il libro «operazionabile», di cui si è detto, esalta questa fruizione, questa partecipazione.
«Una vera opera d’arte - lo definisce Francesco Vincitorio - una solitaria, autentica proposta, che contrasta con la marea mercificata».
Altra opera fondamentale per lo studio dell’artista è il noto «Polittico» (1967), per il quale sono stati usati 20 pannelli e 180 matrici, da cui sono prelevati 144 moduli, componenti 16 gruppi seriali (acciaio inox, effetti “fotoriflettenti”, colore a olio, oro foglia, rame, ottone, rame trattato). L’impiego di materiali tradizionali e di altri della tecnologia moderna è funzionale all’acquisizione di «una continua ambivalenza» di ordine estetico, bioritmico e fisico, quale ad esempio l’acciaio lucidato a specchio, che interagisce con l’ambiente attraverso i suoi piani di rifrangenza della luce. Anche qui, come sempre, è la superficie trapezio-ovoidale che compare ovunque.
«Sofferta e gioiosa conquista di una forma personale» – come lo stesso Bozzola la definisce – essa si propone quale modulo tematico ed elemento costruttivo per qualsiasi creazione pittorica e plastica.
La vitalità della monoforma, che non è venuta meno neppure nella breve parentesi «informale» del 1959, accompagna ancor oggi la sua produzione di «homo faber» (come lo definiva Albino Galvano nel I960), che, abbandonati i pannelli in acciaio inox, ferro, ottone e bronzo, si caratterizza ormai da un decennio nella lavorazione di ogni varietà di granito.
«Origini» (1988) è opera significativa di questa fase artistica, che ha visto un potenziamento del fattore concettuale. La forma trapezio-ovoidale, ripetuta più e più volte, si è trasformata in scrittura, ma una scrittura misteriosa, esoterica, con vaghe reminiscenze tribali.   
«Sintesi di una universale visione naturalistica e spirituale» l’avevamo definita; una lunga teoria di segni incisi nella pietra, che ricordano i rituali magici ed i versi propiziatori... singolari geroglifici della società del XX secolo.


Torna indietro...