Antologia Critica

(da Pittura e scultura fra ’58 e ’68, in “58/68 Dieci anni di Arte a Novara”, Novara, 26 maggio - 30 giugno 1990).

La cultura novarese del dopoguerra rifletteva il clima sociale e politico della città. I fermenti innovatori, che già nel periodo bellico avevano avuto modo di manifestarsi nell’attività GUF, dopo il ’45 si sviluppano con ben maggiore libertà e creatività trovando un forte impulso in quella Milano della liberazione alla quale i nostri giovani artisti e letterati facevano inevitabilmente riferimento. La rivista “Numero” del 1945 (che ha tra i suoi animatori i novaresi Ajmone, Bonfante e Parzini) non a caso ha una doppia direzione, a Novara e a Milano, e per gli anni ’50 gli artisti novaresi troveranno nelle strutture culturali ed espositive della capitale lombarda il più adeguato canale per la loro affermazione anche a livello nazionale e internazionale (si ricordino le partecipazioni di Ajmone alle Biennali di Venezia del ’50, ’52 e ’58, che ebbe addirittura una sala personale, e di Parzini a quella del ’56).
Intanto in città anche la vita culturale si viene organizzando lungo i binari delle contrapposizioni ideologiche del periodo.
Sarebbero necessarie ricerche storiche interdisciplinari molto più approfondite, da presentare in autonome pubblicazioni e manifestazioni espositive.
Per ora (in estrema sintesi) basti ricordare che il mondo cattolico (politicamente minoritario di fronte ad una prevalenza, tranne che per la parentesi del Sindaco Allegra, del PSI appoggiato dal PCI) per impulso del Vescovo pacelliano Gilla Gremigni riafferma orgogliosamente la propria identità. Viene creato il cenacolo degli artisti cattolici che vede alla sua testa anche un artista di vaglia come Renzo De Benedetti (prematuramente scomparso nel 1958) e soprattutto vengono organizzate quelle “Biennali d’Arte Sacra” che, per impulso di un critico intelligente come Alfio Coccia, assumono un rilievo internazionale e si aprono anche ad alcuni aspetti dell’avanguardia.
Sull’altro versante, quello laico e di sinistra, mentre Bonfantini continua a interpretare le radici nobilmente populistiche e contadine attraverso uno stile classicamente novecentista che sostanzialmente rifiuta l’espressionismo neorealista, è intorno ad un’artista molto dotato e disponibile ai nuovi linguaggi, Edmondo Poletti, che gravitano molto artisti locali che vogliono innovare il proprio stile. La famosa soffitta-studio dell’artista è luogo di incontro di letterati e di pittori dove si gioca un po’ alla bohème ma si può anche incontrare l’autorevole incoraggiamento dei sindaci socialisti (prima Pasquali e poi Bermani, che si misurarono anch’essi con penne e pennelli con non comune sensibilità). Il picassismo (con le sue due varianti di origine cubista ed espressionista) permea l’ambiente novarese coinvolgendo anche pittori di diversa matrice ideologica (si pensi alle ultime interessanti opere di De Benedetti) e lasciando refrattari soltanto quegli artisti (peraltro numerosi e incoraggiati dal gusto tradizionalista del pubblico medio) che volevano mantenersi nei sicuri binari di un figurativismo postimpressionista.
Alla fine degli anni ’50 questo scenario, che abbiamo succintamente descritto, muta rapidamente.
Il diffondersi e prevalere dell’Informale e dell’astrazione viene avvertito o addirittura anticipato anche a Novara dagli artisti più avanzati (non solo i già citati Ajmone e Parzini, ma anche lo scultore concretista Bozzola) e proprio in quegli anni avviene la clamorosa conversione alla astrazione di pittori già maturi come Calderara e Bucchetti.
Tramontano nel contempo le rigide contrapposizioni ideologiche del primo dopoguerra, mentre il boom industriale porta in città uomini, culture, idee nuove e l’amministrazione di centro sinistra.
È significativo che, mentre si apre nel 1957 la galleria “La Cruna”, diretta da un’artista sensibile e intelligente come Italo Calvari che inizia una preziosa azione di stimolo e di aggiornamento, si concluda, con la quarta edizione del 1959, la vicenda della Biennale d’Arte Sacra o che Poletti, nel 1961, avverta il momento di chiudere la sua soffitta con una pubblicazione che non è tanto un’autocelebrazione quanto un lucido bilancio critico.
Intanto prendono forma aggregazioni spontanee nelle quali maturano le nuove leve. Balosso, Desuò, Ginio Capra, Rizzoli e Toscani mettono studio in comune; alla trattoria “Botte d’Oro” dal 1958 si cominciano a ritrovare giovani artisti che daranno vita ad Orta alla mostra “Nove pittori novaresi” (Giuseppe Balosso, Angelo Bozzola, Ginio Capra, Uldino Desuò, Angelo Parlamento, Bruno Polver, Roberto Rizzoli, Giuseppe Tencaioli e Dino Toscani) presentati dall’intelligente e dinamico critico del “Corriere di Novara” Raul Capra, che fu l’animatore di altre importanti mostre: Tàpies, Feito, Saura e altri astrattisti spagnoli (alla “Cruna” nel 1961), personale di Egidio Bonfante (che inaugura nel 1960 la nuova Galleria “Gli Araldi”), apertura nel 1963 del nuovo “Centro Artistico” (diretto da lui stesso), le personali di Calderara e Parzini, ai quali seguirono artisti noti a livello nazionale come Bonalumi, Carena, Notari, Soffiantino.
Accanto a Capra tutto il fronte della critica si presenta molto articolato e agguerrito. Il vecchio Alfio Coccia e l’arguto Enrico Settimo (da ricordare anche come raffinato pittore e disegnatore) analizzando opere e autori con criteri di intelligente impressionismo, mentre il giovane Marco Rosci porta il suo patrimonio di serio storico dell’arte.
In questo clima ricco di stimoli e di sinergie acquistano nuova linfa anche artisti di più tradizionale impronta figurativa: danno il meglio di sé i postimpressionisti Bonzanini e Saverio Borotti, Celestino Borotti trae il miglior frutto dalla sua esperienza partigiana, Calvari sviluppa il suo figurativismo in opere di un naturalismo quasi astratto sature di luce e di colore, Bonfantini ritrova nelle geometrie e nei colori delle nature morte le ragioni del suo coerente realismo.
Mentre Ajmone e Parzini vengono invitati entrambi alla Biennale di Venezia del 1962 e, per i vertici assoluti raggiunti dalla loro arte, riscuotono interesse e approvazione critica anche a livello internazionale, si fanno strada nuove personalità della generazione più giovane. Gli scultori Desuò e Manini approfondiscono la loro sperimentazione in un ricco, personale espressionismo; Peretti passa progressivamente da un figurativismo sociale (che prelude alle tematiche del ’68) ad un surrealismo barocco pervaso di una sottile ironia simbolica; Alfieri compie le sue prime significative esperienze nell’analisi spaziocromatica del quadro; Balosso sviluppa il suo sognante neoprimitivismo, Polver il suo astrattismo radicato nel naturalismo lombardo.
Ma anche la generazione più matura emerge con una rinnovata carica creativa: Bozzola trae dal suo modulo trapezio-ovoidale tutte le valenze plastiche e immaginative approdando ad un neobarocco materico estremamente suggestivo; Poletti si libera da ogni schematismo per lasciare libero sfogo a tutta la forza del suo segno; Buchetti trova nel “ceppo” l’inesauribile fonte ispiratrice del suo raffinato astrattismo; Calderara si affianca, nel rigore della geometria e della luce, ai grandi e mistici astrattisti del mondo germanico.
Sull’altro versante, tra i più giovani, non mancano coloro che (come Amato, Fonio e Vassalli) si interessano alle ultime tendenze internazionali (dalla Pop Art all’arte concettuale e comportamentale) e alle nuove impostazioni critiche strutturalistiche e semiologiche. E saranno proprio loro a presentarle ai novaresi in quella rassegna “Oltre l’avanguardia” che, tenutasi al Broletto nel 1968 di fronte ad un pubblico interessato e divertito (irritato soltanto nella sua parte più ottusa e bacchettona), chiude idealmente il decennio mentre giungono da Milano gli echi della contestazione sessantottesca, sulla quale si frantuma anche la prima incerta esperienza amministrativa di centro-sinistra per lasciar posto ad un lungo periodo di crisi che non favorirà certo il fiorire delle arti.
Ma erano ormai stati gettati i semi (che fruttificheranno nei decenni successivi) del superamento di ogni provincialismo, di una nuova, compiuta modernizzazione del gusto e della cultura.


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