Antologia Critica

(da Angelo Bozzola, mostra antologica, in catalogo della mostra antologica comune di Gallarate alla Galleria Civica d’Arte Moderna, Gallarate, gennaio 1980).

Come questa mostra e questo catalogo evidenziano esemplarmente, il punto di partenza del lavoro di Angelo Bozzola, il suo fondamento di base, è da ormai venticinque anni sempre il medesimo: quella monoforma ottenuta con gli interventi su di una superficie trapezio-ovoidale che appunto l’artista ebbe a definire, con un’affermazione destinata a non essere sino ad oggi smentita, «modello tematico ed elemento costruttivo per ogni ulteriore creazione pittorica e plastica». É quindi inevitabile, nell’indagine critica, prender le mosse proprio da tale costante. E dal suo significato, giacché, come altra volta m’è capitato di notare, non si tratta di uno stilema ripetuto e ripetibile all’infinito, con varianti fini a se stesse, ed invece di un elemento originario, e veramente primario.
Ma in che senso, scartata una lettura esclusivamente formale, «originario» e «primario»? Una prima risposta ci può venire dalle recenti acute osservazioni di Marco Rosci, che parla di «una forma-matrice di ampia pregnanza simbolica, archetipica», precisando che «alla dinamicità formale della fusione “dialettica” fra trapezio e ovoide corrisponde l’illimitata virtualità, potenzialità delle sue varianti spaziali e, al di là di questo, una sorta di intrinseca vitalità, con le ricche risonanze psicologiche ed emotive di una sorta di simbolo genetico». Interpretazione che non ci pare possa essere indebolita, nella sostanza, dal ricorrente riaffacciarsi della tendenza ad una autosufficienza grammaticale e sintetica, quasi una ripresa delle iniziali composizioni struttural-compositive; nè dall’altrettanto ricorrente imporsi della materia o di una oggettualità soverchiante. Ed anche quando l’impostazione metodologica si fa strettamente analitica – come macroscopicamente nel grande “Polittico” del 1967 –, tutto converge nell’impedire un accostamento in chiave metalinguistica. Obiettivo ultimo non è mai la ricerca sul linguaggio, né, più estensivamente, sull’arte.
Proprio a proposito del “Polittico’’ citato, dopo aver evidenziato che in esso «la forma-modulo derivata trapezio-ovoidale è generata da una forma-matrice-superficie rettangolare, in quanto il rettangolo è la figura più congeniale alla proporzione umana sviluppata nello spazio, ed è nel contempo la più organicamente dilatabile», Bozzola dichiara che la sua opera «tende ad evidenziare il processo di universale sviluppo e mutazione della natura e della società per successive scissioni da forma-matrice a forma-derivata, che può essere a sua volta matrice reagendo a nuove condizioni ambientali».
Per intendere appieno le implicazioni simboliche del fare di Bozzola, bisogna però non arrestarsi al modulo in quanto tale, né alla sua interna dialettica. Indispensabile è vedere interrelazioni e interferenze tra modulo e modulo, con i conseguenti sviluppi, modificazioni, differenziazioni. Le «monoforme» dell’artista non sono mai autonome. Anche quando si presentano isolate, sono in realtà in determinante rapporto con altre, non immediatamente connesse, ma presupposte o previste. Tanto che non sarebbe inesatto sostenere che ogni singolo modulo è in relazione con tutti gli altri, esistenti o possibili.
Ecco, allora, divenire plausibile, e condividibile, quanto Bozzola stesso – chiarendo di non fare «arte astratta in quanto pura forma, o semplice dimensione spaziale, liberata dal pensiero, o trascendente la vita», ma «concretamente allusiva ed espressiva di realtà naturali e sociali» – ha suggerito in un passo di uno scritto del 1962 (che mi accorgo di aver già citato in altra occasione, ma che è troppo illuminante per non essere riproposto). Che cioè le sue composizioni, «stabili, mobili, flessibili, vibranti», sono «chiaramente ed intenzionalmente coerenti alla mobilità del regno animale, alle vibrazioni del regno vegetale, allo sforzo costruttivo della natura, quale vediamo negli spaccati geologici e nella stratigrafia tettonica»; e che «al di là di queste correlazioni con una realtà di ordine fisico attuano una apertura sul perpetuo divenire degli esseri in successioni sempre uguali e forme sempre varie, in cui si comprende e concilia la caducità e irrepetibilità delle singole vite con l’infinita continuità della vita».
Non si tratta, evidentemente, di «aperture» sovrapposte alle forme, ma in esse risolte: anzi da esse quasi biologicamente procedenti. Il che – al di là di non esaustivi riferimenti alle pur reali origini concretiste – deve indurre a meditare sui connotati «qualitativi» della «regola» che organizza origine, sviluppi e rapporti del modulo di Bozzola: secondo trame eludibili, ma non astrattamente vincolanti: ossia non con l’imposizione forzosa e solo mentale di uno schema d’ordine preconcetto. La «regola» deriva sempre dal dato naturale, è in esso cercata, nella mai elusa varietà e mobilità dell’esistente. Quindi in un contesto di flagrante fenomenicità, che esalta la funzione generante della forma-matrice ed impedisce che essa assuma (o aspiri di assumere) valenze ontologiche, in una dimensione assoluta, a priori. Siamo ben lontani, nel lavoro del nostro artista, dall’elevazione della regola naturale a norma intangibile, e della ragione a forza astrattamente attiva e progettante.
Mai traspare la tentazione del razionalismo misticheggiante del «numero d’oro», né dell’incardinamento forzato del tutto in griglie postulate quali etiche incontaminabili, come del resto è ovvio, data l’odierna improponibilità delle tensioni totalizzanti delle avanguardie storiche, mentre sensibilissimo è l’affacciarsi delle «ragioni» emozionali, che prendono corpo, fuori di effusioni solo soggettive, nell’attenzione per le materie, nel loro trepido trattamento, operato sì dall’“homo faber”, come, primo, anni fa, osservò Albino Galvano, ma entro coordinate esistenziali e sociali, come sottolineò lo stesso Galvano, richiamando «il dramma ansioso di chi inventa una nuova possibilità d’essere per l’ “homo faber” in un mondo che non ritira le proprie proiezioni emotive se non per conquistare una fisionomia asciutta di lavoratore sulle condizioni materiali della produzione d’immagini con assoluta realtà» e notando come in Bozzola «la lirica scaturisce dalla fatica stessa, dalla pressione del polso sulla materia renitente, dall’incontro di un’occasione difficile e di una violenza inspirata». Intreccio problematico, questo, in cui va innestata la medesima caratterizzante intenzionalità «funzionale» dell’arte di Bozzola, «che vuol essere applicata», come egli scrive, «e cioè rivolta a soddisfare, sul piano della dignità estetica, esigenze e fini di natura sociale».
Senza subordinazioni, ancora una volta, senza diventare «ancilla» di alcuno e di alcunché, ma cercando e trovando in se stessa il proprio possibile ruolo.


Torna indietro...