Antologia Critica

(da Angelo Bozzola, in Angelo Bozzola, opere, catalogo illustrato antologica, Novara, giugno 1979).

Attraverso le opere di Bozzola noi possiamo percorrere trent’anni di vicende italiane, e non solo italiane, delle espressioni formali e plastiche nell’ambito dell’ “idea” di spazio, sciolta da ogni contingenza rappresentativa e proiettata invece anche in grazia di questo scioglimento - nelle sfere della pura logica e della pura emozionalità: sfere (per Bozzola come per altri, da Arp a Mirò, fino a Fontana) non antinomiche, anzi interagenti. Questo coinvolgimento di Bozzola in successive battaglie culturali, dell’astratto-concreto, del materico, della programmazione concettuale, e il conseguente e perseguito valore didascalistico del suo operare, da “homo faber” in mezzo alla crescente disgregazione e perdita di valori, sono la ragione prima e legittima di questa mostra e di questo catalogo.
Le prime opere, all’inizio degli anni 1950, antecendenti e legittimanti la sua adesione al Movimento Arte Concreta, non solo segnano un’assoluta e non più renegabile scelta di campo “non rappresentativo”, ma sono già informate ad una poetica, oggi ovvia, ma allora, in Italia, sofferto e difficile privilegio di una sparuta pattuglia: la poetica, già propria di alcune avanguardie storiche europee, del superamento della convenzionale distinzione fra pittura, scultura, architettura per attingere ad una superiore nozione di “forme spaziali”, ritmicamente dispiegantesi sulle due o tre dimensioni a seconda delle tecniche e dei materiali operati.
Ho parlato di avanguardie storiche: fra di esse, un movimento soprattutto aveva affrontato questa nuova poetica nel segno dell’incontro creativo fra spiritualità individuale e senso del collettivo. Si trattò, fra secondo e terzo decennio del secolo, del costruttivismo russo e poi sovietico: pensando a Bozzola anche nella sua complessiva integrità umana, mi sembra allora particolarmente centrata la lettura fondamentale “costruttivistica” che Elda Fezzi dà nel 1956 delle opere presentate nella prima personale alla Galleria del Fiore di Milano, che in quegli anni ospitò più volte aderenti al gruppo MAC-Espace, fino ad essere per un certo periodo la sede del gruppo stesso.
1956, la prima personale; 1957, la prima grande rassegna “concretista” alla Schettini di Milano, dove la presenza animatrice di Monnet presiede all’incontro-collaborazione della “Vecchia guardia” astrattista dei Prampolini, Veronesi, Soldati, Rho, Radice, Reggiani con le nuove forze milanesi, torinesi, e ancora Barisani da Napoli, Nigro da Livorno, Bozzola e Di Salvatore da Novara. 1956, 1957. Già nel 1955 è nata la prima monoforma, il primo “modulo” di Bozzola. Il residuo meccanicistico delle prime strutture costruttivistiche, di cui v’è ancora traccia nella risolutezza “industriale” dei tagli, stacchi, divaricazioni angolari nella materia metallica, è già concettualmente superato dalla proposizione di una forma-matrice di ampia pregnanza simbolica, archetipica. Alla dinamicità formale della fusione “dialettica” fra trapezio e ovoide corrisponde l’illimitata virtualità, potenzialità delle sue varianti spaziali e, al di là di questo, una sua sorta di intrinseca vitalità, con le ricche risonanze psicologiche ed emotive di una sorta di simbolo genetico.
Di qui in avanti, la storia di Bozzola, ma anche la storia delle successive battaglie non figurative, è tutta, e straordinariamente, “interna” alla sua monoforma. La prima tappa è la prevalenza della “forza” simbolica sulla pura eleganza formale dell’ “oggetto”: mentre quest’ultima impronta soprattutto gli Studi e le Composizioni, ad olio e grafici, fra 1955 e 1958 - dove maggiormente prevale il “gusto” MAC -, la prima è chiaramente significata, quasi per intrinseca vocazione della monoforma stessa, dal passaggio dalla micro alle macrostrutture tridimensionali.
Le prime grandi creazioni (ma mi verrebbe spontaneo dire “creature”) di matrice-modulo in ferro nascono - uso il termine a ragion veduta - nel 1958. È una tappa ulteriore, e rientra in un vecchio grande dilemma che travalica la formalità “scultorea”, da Michelangelo fino ad Arturo Martini ed Henri Moore: la forma “nello spazio”, o lo spazio “nella forma”.
L’ancoraggio a una tematica universale, la vitalità potenziale della monoforma, quella concretezza di “homo faber” ben sottolineata da Galvano nel presentare, 1960, la personale al Numero di Firenze, fanno si che la breve stagione “informale”, specie nelle pitture del 1959 (con ancora qualche traccia nei “collages” Rapporto del 1962), si traduca sostanzialmente in un arricchimento, ricco di conseguenze future, del dibattito “fabbrile” con sempre più complesse materie, naturali e artificiali.
Si instaura in questi anni intorno al 1960, una complessa dialettica: da un lato abbiamo, a partire dal 1959, i primi esempi di ripetitività modulare e relativa potenzialità combinatoria; dall’ altro, l’elaborazione-combinazione polimaterica, e, al di là di questo, la sperimentazione delle “virtualità” e “reattività” delle materie singole e plurime, si fanno sempre più ricche e complesse. Vi è in realtà un elemento di base, comune, in questa dialettica, ed è un elemento che rientra in pieno nella “crisi” - ch’è anche salto di qualità - dell’avanguardia non figurativa internazionale del dopoguerra: il superamento, sotto l’urgere di nuove poetiche, della pura astrazione razionale per affrontare il vasto campo di una creatività più emozionale, e nel contempo coinvolgente il rapporto invenzione-creazione, il rapporto fra l’artista individuo e il suo “pubblico”.
L’attenzione al concetto di “fruibilità”, di illimitate potenzialità spaziali-combinatorie-concettualizzate fino al limite infinito dall’autore, realizzate dal fruitore, e d’altro lato l’approfondimento della tecnologia materica, e dello spazio creativo e fantastico offerto dall’ aleatorietà della reazione della materia operata allo strumento operante, sono la risposta di Bozzola, che fattivamente si incontra, su questo terreno, con le proposte di “Barocco generalizzato” e “assemblista” di Michel Tapié.
Ecco allora, nell’ambito del dibattito e, al limite, della sontuosità materica, le Superfici e gli Spazi a partire dal 1965-66; nell’ambito della concettualità, della virtualità combinatoria, il fondamentale Polittico del 1967, che in un certo senso si “socializza” nella Tecnoscultura-operazionabile del 1969, e nel “libro” dallo stesso titolo del 1971. Nell’ultimo decennio, la dialettica del precedente ha trovato un’ulteriore sintesi, in cui l’elemento concettuale ha preso la prevalenza. Il nuovo interesse operativo per tecniche grafico-foto-tipografiche (ivi compresa la fusione di matrici) è stato applicato a quella che definirei una “scrittura” astratta della monoforma, sfiorante l’esoterismo del geroglifico come crittogramma. Le stele e le strutture a cuneo Spazio-Tempo sembrano comporre architetture totemiche, “paesaggi” fantastici, le une erette, gli altri percorsi da una qualche ignota divinità galattica.


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