Antologia Critica

(da La scultura continua di Bozzola, in “Il Lavoro”,
Genova, febbraio 1972).

Due momenti temporali, uno diacronico e l’altro sincronico, sono percepibili dall’osservatore che si soffermi sulle “sculture” o sulle «strutture» che Angelo Bozzola espone alla «Pourquoi Pas?».
Il senso del «continuo» che sottolinea la presenza del «farsi», (dello sviluppo plastico) di queste strutture modulari originate da una forma “prima” (una «matrice» l’ha definita Marco Rosci) corrispondente di fatto ad un assommarsi dinamico che è appunto sincronico, per quanto riguarda lo sviluppo costruttivo nello spazio, e diacronico, per quanto riguarda il rapporto che la forma «prima» ha con quella successiva e questa con la sua successiva e così di seguito.
Una sorta di sistema organico in divenire che denuncia come le variazioni introdotte da un elemento si ripercuotano conseguentemente su tutto il sistema costruttivo. Per l’opera di Bozzola, Michel Tapié ha parlato di «leggi rigorose dell’aleatorio» e penso che abbia abbastanza centrato il rapporto scultura-architettura così come Bozzola ha voluto distinguerlo nel proprio lavoro lasciando alla strutturalità tutte le proprie prerogative e alla fantasia creativa che ne è sottintesa tutte le proprie possibilità espressive. È questo il senso più vero delle «colonne» spaziali tese all’infinito accanto alle quali Bozzola presenta anche una serie di «tavole» murali che invitano a «partecipare», con fantasia, alla costruzione della scultura.
Qui vale forse ricordare, anche ai fini di una utile distinzione, come Berrocal che ha esposto recentemente a Genova proponga una scultura da «ricostruire» secondo la inequivocabile e costruttiva struttura prefissata dall’artista. Bozzola invece «fornisce» una forma ripetibile all’infinito e costruibile a piacere secondo quei rapporti che si vuole vengano ad instaurarsi per l’equilibrio di combinazioni varie suggerite dalla fantasia e articolate da una sorta di sintassi visiva le cui regole mutano con il mutare delle posizioni degli elementi «primi».


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