Antologia Critica

(da A. Bozzola, in catalogo della mostra alla Galleria Vismara,
Milano, giugno 1970).

Di Bozzola mi interessano molte cose, non tutte legate alla sua ricerca creativa. La scontrosa e solida sostanza umana; e quel gran piglio da artefice di stampo antico così abile nello scompaginare immaginosamente l’asciuttezza della materia. E poi ancora una sorta di maniacale fedeltà a un simbolo o immagine in cui egli ha saputo concentrare l’essenza stessa della vita.
Ma un intervento, è ovvio, va svolto sul suo lavoro e ancora prima sullo ancoraggio culturale da cui esso ha preso avvio. Il discorso può iniziare da quell’episodio espressivo che fu tra i principali dell’ultimo dopoguerra, il Concretismo, le cui radici, lo sappiamo, risalgono all’astrattismo italiano e alla grande avanguardia. Bozzola partecipò a quel movimento e ancora rivela nel suo lavoro la solidità di alcune scoperte da esso recepite. Lo sviluppo successivo fu il superamento dell’esperienza pittorica e la definizione di un articolato, più complesso rapporto con lo spazio esterno.
Ci sembra che, al di là degli episodi di un lungo discorso unitario, l’opera di Bozzola vada interpretata come il costante tentativo di confrontare un suo simbolo o ideogramma - che è una sorta di definizione concettuale dell’essenza della vita stessa – con la dimensione totale in cui esso si propone. Il confronto avviene con due dimensioni: una naturalistica e l’altra artificiale, progettata. Questa bipolarità è la tensione interna, la componente dinamica che sottende tutta la sua opera. Una doppia linea che, pur proiettata in un’identica dimensione, procede parallela. Da una parte immagini libere o di alta qualificazione simbolica, ricche di sollecitazioni sensibili, luce-ombra, vibrazioni, colori, apporto materico, scatenamento – a dirla con Tapié – barocco; dall’altra una lucida progettazione, che per certi versi si ricollega all’architettura e al suo episodio razionalistico, in cui l’opera, divenuta oggetto-struttura, si propone come il fulcro, l’elemento attivo di un possibile spazio-ambiente.
Qui, Bozzola moltiplica l’usufruibilità con una serie di elementi mobili componibili tra loro secondo una possibile progettazione matematica; le soluzioni che ne nascono sono praticamente infinite ma non escono mai, nel rapporto con l’oggetto stesso e con l’ambiente che lo conclude, da una analisi e da una proposta di tipo razionale. Si hanno così due componenti, sensibile, integrata con l’ambiente-natura l’una, speculativa, di verifica l’altra. Comune denominatore, elemento primario, cellula attiva dell’una e dell’altra ricerca è quella sorta di motivo emblematico che costituisce la cellula prima e unica, la condensazione magica di una affermazione che va ben oltre la forma-superficie. Modulo concluso in sé e parte strutturale ripetuta con una insistenza che, a un esame superficiale, può dare la sensazione di una componente decorativa. È in realtà un simbolo di ben altra sostanza, matrice che continua la vita e la riproduce, nucleo vitale che condiziona e qualifica perennemente lo spazio esterno. Nel panorama delle esperienze che riconducono ogni cosa alla sublimazione formale, l’opera di Bozzola si caratterizza per una serie di implicazioni che tendono a valorizzare problematiche ancora legate allo spazio umano.


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