Antologia Critica

(da Angelo Bozzola, in catalogo della mostra alla Galleria
Il Salotto, Como, aprile 1969).

Ogni mostra offre l’occasione per una lettura dinamica. Il visitatore è infatti sempre indotto a passare da un lavoro all’altro, a confrontare i vari risultati, a cercare correlazioni, differenze e rapporti. Questo avviene, naturalmente, anche per le esposizioni di Angelo Bozzola. Ma in un modo tutto particolare, giacché non si tratta, come invece capita di solito, di avvicinare nel giudizio opere in sé concluse, autosufficienti, ma di cercare il senso stesso del discorso dell’artista proprio nella serie, cui costitutivamente tende il procedimento operativo di Bozzola. Lo scultore novarese aspira infatti ad indagare le variazioni di alcuni elementi dati e ne segue quindi il divenire attraverso ogni possibile soluzione. Il singolo pezzo presuppone o postula sempre dei precedenti e degli sviluppi. È un anello di una catena, che può sì essere visto da solo, ma con evidenti conseguenze limitative. E questo è tanto vero da valere anche quando Bozzola crea l’opera unica, che in effetti non è mai veramente «unica», in quanto si pone come l’inizio di ulteriori svolgimenti, che, ovviamente, non è affatto necessario siano poi realizzati.
Questa premessa rende superfluo il ricordare le preferenze culturali dell’artista, che andrebbero cercate tra Klee Kandinsky o, più indietro nel tempo, nell’ambito del Costruttivismo e del Neoplasticismo. E pure rende non necessario lo spiegare il perché della sua adesione al Concretismo. Piuttosto è opportuno chiedersi come mai, circa dal ’59, egli abbia abbracciato anche ricerche materiche, vicine a certe esperienze dell’Informale, tanto da attrarre l’attenzione di Michel Tapié. E la risposta non può essere che una: a spingere Bozzola in questa direzione è stato ancora una volta il desiderio di sperimentare tutte le flessioni della forma, che non è solo «punto e linea», ma spessore, grumo, colore, materia, luce. Non quindi, ripiegamento in gustosità pittoriche, ma sempre volontà di ricerca, e quindi opposizione a qualsiasi preconcetta riduzione.
Ed è appunto procedendo su queste direttrici che Bozzola è giunto ad esiti quanto mai vivi ed importanti, quali le «composizioni mutabili, scomponibili e iterabili», fin dagli anni ’50, le «sculture a strutture modulari diversificate», le «strutture di ripetizione aseriali» e, più recentemente, i «polittici con superfici scomponibili e strutture mutabili», nei quali è ulteriormente potenziato l’inserimento dell’ immagine in una dimensione attivamente temporale attraverso il prelievo di parti dei pannelli-matrice, ed il loro possibile e vario associarsi, postulante (ed è questo un altro degli elementi da non trascurare, che Bozzola ha affrontato ormai da molti anni, tra i primi, e non solo in Italia) lo stesso intervento del fruitore, che viene così stimolato ad un’esperienza che non si esaurisce nel calcolo matematico delle varianti o in un rigore scientifico-visuale, ma che, nel promuovere un’azione di scomposizione-ricomposizione, sollecita reazioni fantastiche e inventive.


Torna indietro...