Antologia Critica

(da Angelo Bozzola, in catalogo della mostra alla Galleria Vismara, Milano, dicembre 1967).

Anni di eccezionale fertilità, questi per Angelo Bozzola. Quasi che – chiuso in volontario esilio nella sua agreste Galliate e forse per un più diretto, umano rapporto con quella terra – in quella dolcezza si sia finalmente come ritrovato e sciolto. Decantate o, per meglio dire, affinate le problematiche artistiche che lo hanno visto sempre in primissima linea (e di cui è facile individuare la compresenza in molte delle sue opere) quel nucleo lirico-razionale che, fin dall’inizio, aveva caratterizzato il suo fare, si è, in un certo senso, compiutamente liberato. E rispetto a quelle costruzioni che, mediante la scelta del ferro, sottolineavano lo sforzo per giungere a forme lucidamente armoniose, e persino rispetto a quelle strutture astratto-ripetitive che avevano suggerito a Michel Tapié il termine “algoritmo”, e il suo linguaggio si è sfogato in una fervida effusione. Fiducia di poter dare alla scultura, grazie ad una manualità paziente ed industriosa che nobilita la materia bruta, quella totale bellezza che è parola tabù, ma pur sempre una specie di paradiso perduto per tanta arte contemporanea. Una bellezza in qualche caso addirittura struggente, da campagna autunnale, con la quale egli vuole forse richiamare anche ad una percezione più attenta della organicità degli elementi naturali. Quella natura, cioè, da cui la nostra distrazione ci sta sempre più allontanando, disumanizzandoci.
È il sottile, misterioso operare di un’artista in cui – come sempre accade quando l’attitudine è autentica – confluiscono le allarmate testimonianze, i disvelamenti, le proposte. Nel suo caso, inoltre, con una precipua capacità di condurre un discorso rigorosamente rattenuto anche nei suoi esiti più lirici: vedi quella luce impastata di ombre-colore che, lieve, si soffonde nell’interno stesso di queste sue invenzioni. Un pudore che è probabilmente all’origine anche dello scarto linguistico avutosi nelle sue ultime proposte. Forse il timore di aver troppo ceduto in abbandono e di qui la necessità di un più rigido inquadramento e ordine seriale. Opere dove nessuna delle esperienze precedenti appare perduta – anzi, ricordando i suoi dipinti intorno al ’55, verrebbe fatto di pensare ad un arco che oggi viene a congiungersi – e dove il suo linguaggio si è come teso per una volontà di costringere la scultura a significati ancor più complessi. Una caparbietà, una fede quasi utopistica che, secondo me, sono un ulteriore segno della autenticità della sua ricerca.


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