Antologia Critica

(da Angelo Bozzola, in catalogo della mostra alla Galleria Numero, Roma, ottobre 1962).

La tendenza ad astrarre, già riscontrabile nei graffiti preistorici e perdurata, alternamente al naturalismo, attraverso tutta la storia dell’arte, nel nostro secolo sembra aver acquisito un predominio pressoché assoluto; e assai per tempo raggiunse infatti il suo massimo nella formulazione dell’astrattismo geometrico, con la rigoristica esclusione di ogni possibile riferimento al mondo esterno. Gli anni che Mondrian e Van Doesburg, Malévic e Lissitzky credevano votati al razionalismo scientifico furono in realtà appannaggio del più sfrenato irrazionalismo, ma vasta è invero l’impronta che l’arte «concreta» ha saputo lasciare nel gusto contemporaneo. Dopo la saturazione dell’astrattismo informale, segnico e gestuale, in anni recentissimi è anzi iniziata, dalla Svizzera, una significativa ripresa di interesse per il concretismo: alla cui lezione di purezza formale oggi molti artisti nuovamente si richiamano: non più tuttavia attuandola con la ricerca di cromie pure accostate a stacchi netti, di forme di una rigorosa definizione geometrica, ma con quella di vibrazioni cromatiche piuttosto tonali, e di strutturazioni iterative, instauranti nuove poetiche in riferimento a postulati della continuità spazio-temporale.
Angelo Bozzola non ha atteso l’odierna ondata neo-concretista per operare nell’ambito dell’astrattismo geometrico: egli infatti fece parte, dal 1954, di quel «Movimento per l’Arte Concreta» che negli anni del dopoguerra era andato polemicamente riproponendo in Italia gli intenti del concretismo. Caratteristica dei dipinti di Bozzola subito apparve, e non sfuggì all’attenzione di Marco Valsecchi, una sommessa facoltà lirica, che, pur attraverso la razionalità del comporre geometrico, riusciva a manifestarsi in certo un po’ languido colorire, o nel giuoco ampio di curvature entro il ritmo compositivo. Subito vennero gli anni del dilagante astrattismo espressionistico, informale e materico: dalla cui influenza Bozzola seppe difendersi, e restar quasi immune: tuttavia risentendo, a causa appunto di quell’accennata propensione al lirismo, il desiderio di far posto nell’opera sua ad una più larga componente emozionale. Si videro così sue tavole torbide, rigide e fastose, a masse addensate e incupite, nel tentativo di integrare la forma con la ricchezza materica; ovvero, all’opposto, suoi dipinti ove in distese masse quasi monocromatiche non pareva poter più sussistere della forma che una sorta di larva, o d’impronta. In quest’ansia di rinnovamento dei moduli rigidamente formali, attua costantemente recuperando, magari ai limiti della dispersione, la forma, Bozzola trovò un punto fermo, un ancoraggio sicuro nell’opera sua di scultore, perseguita nel corso di tutti quegli anni passando dalle iniziali forme geometriche triangolari alle successive trapezoidali.
Oggi ancora la scultura di Bozzola è caratterizzata da queste forme trapezoidali: o meglio, da una sola forma di questo tipo, sempre rigorosamente la stessa, usata in modo iterativo. Essa trae la sua origine dalla sezione di una struttura trapezoidale-ovoidale piana che un tempo il Bozzola già immetteva nelle sue composizioni geometriche: questa sezione è stata quindi flessa ad angolo retto su se stessa, sviluppandosi così nella dimensione dell’altezza. Ne è derivata una forma rigorosamente geometrica ma insieme non priva di valenze vitalistiche, e persino direi di qualche suggestione emblematica: una specie di forma archetipica che Bozzola pone alla base delle sue iterazioni formali: che furono dapprima del tipo verticale, di semplice sovrapposizione, per poi svilupparsi in quello angolare e nel più complesso circolare. Queste sculture, per l’immutabilità della loro forma basilare, acquistano così non solo la caratteristica della scomponibilità, ma anche quella della riproducibilità: presentano cioè il tipo di quell’opera aperta, cioè integrabile nella sua fruizione, che le correnti più avvertite delle diverse arti sembrano oggi con tanta pervicacia ricercare. All’apparenza elementi di una flora immaginaria e mostruosa, mitica e meccanica insieme, i ferri di Bozzola tendono dunque ad instaurare un principio di processo relazionale; ma è proprio questo che ancora contribuisce ad accrescerne l’ambiguità. E che altro se non una sintesi relazionale all’insegna appunto dell’ambiguità sono i nuovi pannelli a collage di Bozzola? Carte giapponesi e fili di ottone, a semicerchio o sezione di cerchio; inchiostri di china, rosa verde giallo, e un elemento formale in ferro, lo stesso di sempre, compresso, e talvolta «brasato» di ottone o di rame: ne vengono composizioni distese, eleganti, anch’esse geometriche e insieme quasi vitalistiche, e in più ricche di un’ambiguità materica che perviene ad essere, pur nell’assenza di qualsiasi velleità simbolistica, quasi un simbolo della stessa ambiguità culturale del nostro tempo. Ecco dunque che le forme archetipiche di Bozzola, già fiori mostruosi, ora sembrano esser diventate farfalle notturne migranti da oriente ad occidente, o viceversa. Sculture e pannelli pur con tanto rigore costruiti, sono poi tutti chiaramente pervasi come da un lieve tremore artigianale: quello appunto che, anche remoto, ancor sempre riscatta dalla freddezza meccanicistica le geometriche, equilibratissime tele di Mondrian: facendone la grandezza incontestabile.


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