Antologia Critica

(da Bozzola, sculture e dipinti, in catalogo della mostra alla Galleria Numero, Firenze, gennaio 1960).
 
La dialettica inerente all’arte contemporanea gioca prestigiosamente su nomi e riferimenti: marxismo e cosmicità; atomo e spazio, ultracorpi ed archetipi! Mero lusus verbalis o impegno autentico di chiarificazione? È difficile un così indifeso ottimismo che consenta la scelta alla seconda alternativa. Né la prima potrebbe venir eletta senza qualche malafede. Forse il senso dello sforzo odierno è tutto in questa disponibile disposizione: tale da consentire l’alea dello scherzo, della provocazione – e di ritrovar attraverso di essa il senso stesso di una serietà più profonda ; l’alternativa irrevocabile di una vocazione, di un destino che arrischia tutto sull’improbabile fiducia che dalla puntata individuale, privatissima, possa scaturir il numero fatidico, la sorte felice che fulmini in una scultura, in un quadro, il significato di un consenso unanime, di una ritrovata cordialità concorde e fiduciosa.
Che i «mobili», le insistite iterazioni di elementi plastici offerti da Angelo Bozzola, i suoi quadri pateticamente e fumosamente non figurativi (ma quale vendetta trae il romanticismo di colate, impasti e velature, della logica perentoria e asciutta dei ferri violentanti la terza dimensione; e forse suggerendo l’impossibile quarta nell’aspirazione disperata e indeterminata ad un continuum extraspaziale cifrato nell’iterazione degli incastri metallici) aspirino a quel consenso, a quel miracolo di improvviso raggelamento estatico, è pacifico: e non è senza significato che ci si pieghi con aspirazione non sfiduciata su questi oggetti, su queste sigle, in attesa dell’evento insperabile e sperato. Parleremo in chiave marxista? E annunceremo la testimonianza di una protesta di dolori antichi e incurati? O ci richiameremo a Jung, e diremo di quanto la ricerca del Selbst residui lungo il cammino di allusioni ancestrali, di evocazioni gnostiche, di allucinazioni misteriche? O Klages ci suggerirà l’attrazione invincibile dell’Immagine, sola realtà inutilmente violata dalla volontarietà dello strumento. In ogni caso non ricorreremo alla critica formalistica e non tedieremo il distratto lettore di una presentazione, scorsa fra l’acre sapore della sigaretta, l’attenzione forzata alla parete tappezzata di quadri e quella furtiva alla desiderabile visitatrice, con discorsi di «pittoricità», di «volumi», di «spazio» ecc. Queste cose si possono anche arrischiare a titolo individuale e privatissimo, ma è davvero prova di cattiva amicizia il render più difficili con esse il consenso e l’incanto dello spettatore.
E non c’è n’è bisogno: chè sculture e quadri di Angelo Bozzola parlano con voce persuasiva da soli. È una storia lunga e breve insieme. Nel ‘54, dopo esperienze diverse, riprende la scultura con forme geometriche a triangolo ; non simboli od emblemi, ma elementi di una costruzione manuale, artigiana, cui il «dispari» pitagorico consente una disponibilità indefinita. Al triangolo succedono forme trapezoidali; la seconda dimensione s’inflette sulla terza in un ritmo preciso, in un’aggiustatezza di fabbro, e la lirica (il termine «crociano» è ancora consentito?) scaturisce dalla fatica stessa, dalla pressione del polso sulla materia renitente, dall’incontro di un’occasione difficile e di una violenza inspirata. Dolcezza e insistenza: pittura e scultura!
Se la tenera polpa del colore consente le evasioni felici, gli abbandoni torbidi ed estasiati degli impasti, delle atmosfere allusive, delle deliquescenze tasciste e informali, il duro nitore, l’impieghevole condizione del metallo richiamano ad una responsabilità nuova e incisiva, alla virile gioia di aprire una condizione personale e comunicativa di spazio attraverso una fatica calibrata, un esatto lavoro duro e difficile.
E poi ci sarebbe parecchio da dire. Raccontar il dramma ansioso di chi inventa una nuova possibilità d’essere per l’homo faber in un mondo che non ritira le proprie proiezioni emotive – di Einfuhlüng ci parlano da settant’anni – se non per conquistar una fisionomia asciutta di lavoratore sulle condizioni materiali della produzione d’immagini con assoluta realtà: e il discorso dipanerebbe fili di riferimenti fra Marx (la cultura come soprastruttura di condizioni obbiettive) Alain (heureux qui orne une pierre dure), e le più recenti allusioni a possibili «poetiche» della materia. Ma il galateo del critico è la discrezione: ritirarsi nel momento giusto in cui il quadro, la «cosa» forgiata, parlano con più eccitata voce da sé; e nel caso di ciò che presenta ora Angelo Bozzola quel momento par venuto, e con che forza di persuasione il pubblico, da sé ancora, potrà giudicare.


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